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Lenti a contatto e Progressione Miopica


Accanto alla compensazione con lenti oftalmiche è diffuso l’utilizzo di lenti a contatto (LaC) che, nel caso dei miopi, rendono la visione più nitida, confortevole e reale fin dal primo utilizzo.
Il primo materiale usato in contattologia rigida fu il PMMA (polimetilmetacrilato). Esso presentava diverse caratteristiche positive quali trasparenza ottica, durata, stabilità, atossicità, resistenza alla formazione dei depositi, facilità di lavorazione, riproducibilità e basso costo. Tuttavia la sua non permeabilità all’ossigeno ne ha limitato l’uso, soprattutto dopo la produzione di materiali migliori sotto questo aspetto.
In termini di controllo miopico si pensava che le lenti in PMMA avessero una funzione di rimodellamento corneale, ovvero la modificazione della forma della cornea a scopo ottico: i raggi luminosi che prima incontravano un cornea più curva tipica di un soggetto miope e che venivano deviati maggiormente andando a fuoco prima del piano retinico, dopo il rimodellamento (più precisamente si parla di schiacciamento apicale) la superficie corneale più piatta devia meno i raggi consentendo loro di andare a fuoco sulla retina.
Uno studio di Stone nel 1973 confrontò la progressione miopica tra soggetti che usavano occhiali con lenti monofocali e quelli che portavano lenti rigide in PMMA applicate appena più strette del meridiano più piatto. I soggetti furono presi nel periodo di età in cui la miopia si sviluppa più velocemente, ovvero l’adolescenza, e furono sottoposti allo studio per 5 anni.
I risultati furono ben chiari: una progressione di -0.50 D nei portatori di lenti a contatto, contro -1.75 D per i soggetti con gli occhiali. Secondo Stone la differenza non era da attribuire totalmente all’appiattimento corneale causato dalle lenti a contatto. Infatti mise in evidenza che la differenza di appiattimento tra i due gruppi era inferiore a 0.50 D mentre la differenza in termini di progressione miopica era di 1.25 D.
Tenendo conto che sia le lenti in PMMA sia le RGP agiscono sicuramente in parte o addirittura totalmente sfruttando il rimodellamento corneale, si può considerare a tal proposito un er- rore strumentale nelle misurazioni dei ricercatori negli studi. Il cheratometro da essi utilizzato per le misurazioni considerava la parte paracentrale della cornea e non la zona apicale dove avviene lo schiacciamento da parte della lente.
Questo errore involontario ha portato loro a concludere che non tutta la riduzione in termini di progressione miopica era dovuta al rimodellamento, mentre molto probabilmente si sbagliavano.

Dato il successo avuto dalle lenti in PMMA nel controllo miopico si pensò di poter utilizzare anche le lenti RGP (rigide gas permeabile) che offrivano appunto il vantaggio di essere permeabili all’ossigeno, mantenendo lo stesso principio di funzionamento.
Il primo studio clinico effettuato con le lenti RGP fu condotto dal 1989 al 1991 alla Houston University. Il gruppo sperimentale era composto da 100 miopi di età compresa tra i 9 e i 13 anni. Le lenti furono applicate tutte “on-K” cioè allineate al meridiano più piatto. Il gruppo controllo era composto da soggetti, sempre con lo stesso intervallo di età, portatori di occhiali. Dopo tre anni furono riportati i primi risultati: per i soggetti portatori di RGP ci fu una progressione pari a -0.48 D, mentre per il gruppo di controllo ci fu una progressione pari a -1.53 D.
Analogamente allo studio effettuato da Stone anche in questo caso l’effetto dovuto all’appiattimento corneale (0.37) sul controllo è minore della metà del risultato finale
Il beneficio riscontrato dall’uso delle lenti RGP è stato evidenziato anche nello studio condotto presso l’Ohio University nel 2004, in cui è stata valutata la progressione miopica dopo l’uso di RGP e quella dopo l’uso di lenti morbide. Dopo un periodo di tre anni ci fu un incremento pari a -1.56 D per il gruppo con lenti RGP e -2.19 per il gruppo con lenti morbide
Alla luce di tutte queste dimostrazioni nacque però un interrogativo: con un porto discontinuo di lenti rigide ci sarebbero comunque gli stessi effetti sulla progressione?
Sempre alla Houston University furono monitorati i soggetti presi per lo studio precedente sopra riportato. Fu loro chiesto durante le vacanze estive, al termine dell’anno accademico, di continuare ad usare lenti RGP, non indossandole quotidianamente ma alternando il loro porto utilizzando gli occhiali. I risultati ottenuti alla fine dell’ estate, quindi per un periodo di circa tre mesi, mostrarono un’elevata progressione miopica. Nasce pertanto un sostanziale dubbio su quali siano i veri effetti del rimodellamento corneale causato dalle lenti.
Le LaC bifocali hanno, appunto, due poteri e sono state concepite per mettere a fuoco oggetti posti lontano e vicino. Tali lenti erano nate soprattutto con l’intento di favorire i presbiti ametropi, ma la necessità di compensare correttamente un miope da lontano e al tempo stesso poter disporre di un addizione per la visione prossimale, la rende una soluzione alternativa valida alle LaC monofocali.
Sono stati studiati diversi design più o meno complessi, ma con l’unico scopo di avere una visione il più possibile nitida per entrambe le distanze di fissazione. Il più comune è quello ad anelli concentrici, su ognuno dei quali si ha un diverso potere diottrico.
L’efficacia di queste lenti dipende soprattutto dal posizionamento che esse assumono sull’occhio e dalla dimensione pupillare del soggetto che varia in base alla fissazione lontano o vicino e anche dell’intensità luminosa. Il vantaggio di queste lenti è dovuto al fatto che possono ruotare seguendo le varie escursioni dell’occhio senza indurre effetti prismatici e senza variare l’effetto ottico.

Oltre a ridurre lo sforzo accomodativo nella visione prossimale, quelle con la zone centrale dedicata alla visione a distanza producono un defocus periferico miopico che l’occhio interpreta come un segnale di stop per la crescita determinando un defocus miopico.

A verificare l’efficacia di tali lenti a contatto sulla progressione miopica fu uno studio del 2006 che interessò 78 soggetti miopi di età compresa tra gli 8 e i 18 anni, con esoforia prossimale, che vennero divisi in due gruppi: uno di controllo in cui era richiesto il porto di lenti a contatto morbide monofocali e l’altro in cui era richiesto il porto di lenti a contatto morbide bifocali.
Dopo un anno si registrò una progressione di -0.10 D per i portatori delle bifocali e di -0.75 D per il gruppo controllo. Rispettivamente si era verificato un incremento della lunghezza assiale di 0.05 mm e di 0.24 mm

A partire dal 2010 la Cooper Vision ha cominciato a commercializzare ad Hong Kong un lente a contatto morbida bifocale giornaliera ideata specificatamente per il controllo miopico. Si tratta della così detta MiSight prodotta con gli stessi materiali della Proclear.

Un altro trattamento per il controllo della progressione miopica è la lente a contatto morbida multifocale. Essa permette la visione nitida a tutte le distanze di fissazione. Come per la bifocale sono stati studiati diversi design e profili appunto per far fronte a qualsiasi tipo di esigenza visiva.
Sostanzialmente la lente è costituita da diversi anelli concentrici di potere diverso che vanno a creare più immagini retiniche per oggetti posti a diverse distanze. Sono multiconcentriche in modo da diminuire la dipendenza del funzionamento dalla dimensione pupillare.
Oltre che da quest’ultima la loro efficacia è molto influenzata dal centraggio e dalla potenza diottrica dell’addizione.


In tema di controllo miopico il loro funzionamento è stato esaminato in un recente studio che ha comparato il defocus periferico in occhi miopi causato da lenti a contatto sferiche monofocali e da lenti a contatto multifocali centrate per lontano. La lente multifocale causava un defocus miopico periferico durante la visione distale, mentre nel vicino si verificava un defocus periferico relativamente più miopico (meno ipermetropico) rispetto alla lente sferica monofocale.
Secondo i ricercatori di questo studio i risultati rendono la multifocale un’ottima candidata per il controllo miopico dei bambini.
A confermare questa ipotesi un altro studio ha determinato gli effetti delle lenti multifocali centrate per lontano sulla progressione miopica in un periodo di 2 anni. I risultati indicarono un riduzione del 50% della progressione nei soggetti che avevano portato lenti multifocali (P=0.0001) e in questi una riduzione del 29% dell’allungamento assiale del bulbo
Con il termine ortocheratologia si intende una procedura, mediante l’uso di LaC, per compensare l’errore refrattivo tramite la modifica o meglio il rimodellamento della curvatura corneale. È un trattamento reversibile che permette, sospendendo l’uso delle LaC, di ritornare alla situazione iniziale.

L’ortocheratologia prevede sia l’uso diurno di tale specifiche lenti, sia l’uso notturno (ortocheratologia notturna). Il beneficio portato dal primo tipo di applicazione ortocheratologica è che consente alla sera, per esempio al termine delle attività lavorative, di portare una correzione più leggera rispetto a quella abituale, ottimale in caso di miopie elevate; il secondo tipo, invece, prevede l’uso delle lenti durante il sonno per ottenere un rimodellamento corneale tale da permettere una visione adeguata senza lenti, di giorno.


L’aspetto più delicato riguarda la fisiologia e i danni ai quali la cornea è maggiormente esposta a causa di potenziali infezioni, tuttavia facilmente evitabili con una buona educazione igienica da parte del portatore e un costante monitoraggio da parte degli specialisti, gli optometristi per la parte tecnicorefrattiva e l’oftalmologo per la verifica annuale di assenza di patologie ed infezioni che possono inficiare il risultato o creare problematiche.

Il monitoraggio dell’optometrista diventa fondamentale poiché la lente deve essere calcolata con estrema precisione in base ai parametri corneali e deve garantire il giusto rimodellamento corneale affinché la visione possa risultare nitida quando le lenti vengono tolte. Possono, infatti, verificarsi diverse situazioni, dovute all’errata applicazione o all’eccessivo movimento della lente, che comportano, nella maggior parte dei casi, un rimodellamento errato, tale da non compensare adeguatamente la miopia ed introdurre aberrazioni. Anche in tal caso basta sospendere l’applicazione momentaneamente, migliorandola e poi riprendere il trattamento.

Sotto il profilo storico già dagli anni ’50 ci si era resi conto delle variazioni di curvatura indotte dalle lenti rigide, ma solo nei primi anni ’60 si cominciò a sfruttare questo effetto per la correzione degli errori refrattivi. Le prime lenti a contatto utilizzate erano molto piatte e con diametri grandi in modo da garantire l’effetto di appiattimento sull’apice corneale.

Queste lenti avevano però dei grossi limiti tra cui la difficoltà di centraggio e un’eccessiva dinamica che portavano disturbi visivi, fisiologici e di tollerabilità. Furono introdotti, quindi, diametri e raggi di curvatura minori ma comunque sufficienti a provocare la modifica corneale.

Alla fine degli anni ’80 fu proposto un nuovo tipo di LaC per ortocheratologia con una geometria particolare chiamata “inversa”, caratterizzata da una zona di transizione tra la zona ottica e la flangia periferica più curva della zona ottica stessa. Pertanto questa lente permette di avere un’applicazione piatta nella zona centrale e un appoggio nella zona paracentrale dovuto alla chiusura della zona di transizione favorendo il centraggio.

In termini di controllo miopico il trattamento ortocheratologico va a creare un defocus miopico periferico, minimizzando la crescita oculare e rallentando perciò la progressione.

A tal proposito il primo studio fu di Cho nel 2005, poi a seguire: Walline nel 2009, Kakita nel 2011, Santodomingo e Hiraoka nel 2012.
Studio di Santodomingo che fu condotto in Spagna nel 2012. Confrontava la crescita della lunghezza assiale del bulbo in due gruppi di età compresa tra 6 e 12 anni in un arco di tempo di 2anni. 31 bambini furono soggetti al trattamento ortocheratologico, mentre 30 bambini indossarono semplici occhiali monofocali. Tutti i soggetti presentavano una miopia compresa tra -0.50 D e -4.00 D e fu accettato un astigmatismo non superiore a 1.00 D.
Ogni sei mesi veniva misurata la lunghezza assiale e venivano eseguite una topografia corneale e una refrazione in cicloplegia. Dopo due anni si registrò un incremento medio della lunghezza bulbare assiale di 0.47 mm per il gruppo sotto trattamento ortocheratologico, contro 0.69 mm del gruppo di bambini con occhiali monofocali


Un altro studio condotto a Hong Kong nel 2013 comparò la riduzione di allungamento assiale del bulbo di un gruppo di bambini che seguivano il trattamento ortocheratologico e un gruppo di bambini con semplici occhiali correttivi monofocali. I bambini di entrambi i gruppi avevano un’età compresa tra 8 e 11 anni e una miopia superiore a -5.00 D. Dopo due anni risultò una diminuzione del 63% nell’incremento della lunghezza assiale bulbare dei bambini sottoposti a ortocheratologia rispetto al ai bambini con occhiali monofocali

Paolo Poggio - OTTICA POGGIO - Via Santuario,21 - 12033 MORETTA (CN) - Int.0172/244686 - Tel.0172/94293 - Fax. 0172917735 - P.Iva : 01953600044 - E-mail : info@otticapoggio.it